Ricette.

Metti di aver trascorso buona parte di un soffocante pomeriggio di inizio estate improvvisando, in un insolito impeto di creatività culinaria, una ricetta di tua invenzione. O meglio: reinterpretando molto – troppo – liberamente una ricetta scopiazzata dal web che non hai avuto la costanza e la pazienza di leggere fino in fondo, figuriamoci di seguire alla lettera.

Metti che il risultato non si sia rivelato all’altezza delle tue aspettative, e che ne sia uscita fuori una massa informe esteticamente inguardabile ma dal sapore sorprendentemente buono.

Mettici il tuo vizio di cercare il senso della vita dappertutto, e ne otterrai un messaggio di speranza: in fondo anche tu sei così, non sei mai come vorresti essere, come pensi che dovresti essere. Disordinata, priva di grazia e di armonia; un pasticcio umano, un confuso ammasso di pensieri, idee, sogni, rimpianti, dubbi, sensi di colpa, buoni propositi, insicurezze, il tutto frullato insieme a una buona dose di ansia ed impazienza. Eternamente, irrimediabilmente imperfetta.

Eppure, forse, oltre l’apparenza, oltre il modo in cui ti vedi nel tuo implacabile specchio interiore, c’è del buono. Come un buon sapore. Sorrisi. La capacità di ridere, in fondo, anche di te stessa. La passione per le parole, i colori. La capacità di entusiasmarsi. Qualcosa, in fondo, che valga la pena salvare.

Quanta filosofia in una polpetta di melanzane mancata.

P.S. Ah, il pasticcio fotografato qui sotto era buono davvero. L’ha gradito anche il mio secondogenito che pure, ultimamente, vorrebbe nutrirsi esclusivamente di latte e biscotti al cioccolato.

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Writing therapy

Ho scoperto (ma forse, in fondo, lo sapevo già) che scrivere la mattina presto è molto meglio del caffè. Ho scoperto che scrivere mi rende, se non una persona migliore, di certo più sopportabile. Ho scoperto che scrivere rende la pelle più luminosa, anche quando per farlo ho sacrificato ore di sonno. Ho scoperto, e lo riscopro ogni giorno con lo stupore della prima volta, che scrivere mi fa bene. Ho scoperto che scrivere è ossigeno. Ho scoperto che ogni giorno passato senza scrivere è un’occasione perduta.
E allora – mi chiedo ormai da anni – perché non lo faccio più spesso?
La mancanza di tempo non è altro che un comodo alibi. Il tempo bisogna ritagliarselo, bisogna riempire con la scrittura ogni fessura del tempo, quel tempo che a volte è necessario grattare con le unghie, spremere fino all’ultima goccia, perché il tempo non puoi conservarlo per dopo, congelarlo e tenerlo da parte in attesa dell’occasione propizia, che magari non ci sarà, del momento perfetto per iniziare, che non esiste, dell’ispirazione o dell’illuminazione definitiva, che non arriveranno. Ma arrivano, fluiscono continuamente, idee, parole, immagini che devi catturare, fissare sulla pagina, prima che svaniscano. Perché poi forse evaporeranno e ti lasceranno lì, più incompiuta che mai, a rinviare ancora una volta il momento di cominciare.
(Ancora la maledetta procrastinazione. Ma ci sto lavorando, davvero).
P.S. le briciole di tempo andrebbero divise equamente, nel mio caso, tra lettura e scrittura. Anche leggere fa bene, ma in un modo diverso. Scrivendo si tira fuori, o si butta fuori, o si soffia fuori, a seconda del modo, dell’intensità, di quanto è doloroso il processo. Leggendo si assorbe, si inala, si beve, ci si nutre.
Sto divagando, lo so. Ma le parole tengono tanto compagnia. Ora, per esempio, mi ci avvolgo come una coperta e vado a dormire. Riscaldata, cullata, coccolata dalle parole.

‘anta

Avevo un appuntamento importante oggi. Volevo arrivarci pronta, in ordine, con le unghie a posto, qualche certezza in tasca e un po’ di sicurezza in più. Invece, come al solito, ci sono arrivata impreparata, ho le unghie ancora cortissime e inguardabili, sono sempre spettinata, certezze non ne ho e la sicurezza è ancora un miraggio. Navigo a vista, ho tanti progetti in testa ma ancora nessun programma. Mi spaventano i bilanci (come quelli di fine anno), così come i buoni propositi (come quelli di inizio anno), allora ho deciso di non fare né gli uni né gli altri. Al posto dei bilanci, mi guardo intorno e scopro ciò che di bello e prezioso ho e immagino le mille possibilità di un viaggio che non è ancora finito. Quanto ai buoni propositi, devo ancora lavorarci. In effetti, un compleanno è un po’ come un capodanno: ti senti quasi in obbligo di divertirti e di trascorrere un giorno speciale, devi tirare le somme del cammino fatto finora e proporti tanti begli obiettivi per il futuro. Terrificante, almeno per me.
Oggi avevo un appuntamento che mi metteva ansia e ho scoperto che non era poi così terribile come pensavo.
Ho 40 anni.
(Ecco, l’ho detto).
I.

Fantascienza

“Ti serve una mano? Posso fare qualcosa? Sì, lo so che sei perfettamente in grado di cavartela da sola, e sei capace anzi di fare più cose contemporaneamente mantenendo tutto in equilibrio, per quanto precario, come un giocoliere, e sei anche un’acrobata, perché fai i salti mortali per riuscire a portare a termine le piccole e grandi incombenze di tutti i giorni, un’acrobata che a volte cade ma a volte meravigliosamente vola, a volte è goffa e impacciata e a volte invece si libra con grazia e naturalezza come se non avesse mai fatto altro in vita sua che volare, e la sua bravura sta proprio in questo suo essere imperfetta, in questo suo cadere rialzarsi e spiccare di nuovo il volo. Lo so che tu stessa pensi che non dovresti lamentarti né pretendere chissà quali medaglie, perché in fondo quello che sei chiamata a fare non è niente di eccezionale, lo fanno tutte le altre nella tua condizione, lo fanno meglio di te e senza entrare continuamente in crisi, ma io ti darei lo stesso una medaglia, un podio, un mazzo di fiori, perché non è affatto scontato quello che fai, pur con tutti i tuoi egoismi, le tue debolezze, i tuoi dubbi, non è scontato dicevo, è un’impresa titanica, e sì, lo vedo che non ti fermi mai, che non hai un momento di tregua, che rubi ore al sonno per ritagliarti un po’ di tempo per te, per coltivare le tue passioni e inseguire un sogno ritrovato, un progetto, e per questo ti senti addirittura in colpa, perché ti sembra di pensare troppo a te stessa, così come ti senti in colpa perché ti lamenti spesso di non averne abbastanza, di tempo per te, e invece non devi sentirti in colpa, è naturale, umano e salutare e non può che fare bene a te e ai bambini il fatto che tu abbia dei progetti, degli interessi, uno spazio tuo, qualcosa che ti faccia sentire viva e persino un po’ bella, perché ti fa risplendere da dentro, ti fa brillare gli occhi.
E, sì, lo so che pensi di aver sbagliato tanto, di aver commesso errori imperdonabili, di non essere abbastanza brava, abbastanza calma, abbastanza paziente, di non essere all’altezza, ma, credimi, quello che fai è importante, è speciale, e smettila di pensare che le altre siano perfette e non sbaglino mai, non lasciarti accecare dalle tue insicurezze, dalle tue paure”.
Qualcosa di simile mi piacerebbe sentirmi dire, un giorno o l’altro.
Fantascienza.

Murphy al supermercato

Vai al supermercato, non prendi neanche il cestino con le rotelle tanto devi comprare giusto due cose, pane e latte.
Ovviamente mentre giri tra gli scaffali scopri che hai bisogno anche di questo, di quello e di quell’altro e va a finire che ti avvii alla cassa con i tuoi due arti superiori trasformati in dodici braccia, da far scoppiare d’invidia la dea Kalì.
Con la tua spesa in precario equilibrio, ti accorgi che alla cassa, prima di te, c’è una tizia che ha già appoggiato sul nastro un Colosseo di barattoli, scatole, scatolette, cartoni, lattine, sacchetti e sta ancora tirando fuori roba dal carrello.
Naturalmente non ti degna di un’occhiata, figuriamoci se si offre di farti passare, per nulla impietosita dalle tue evidenti difficoltà.
Nel frattempo, mentre la busta delle melanzane surgelate ti sta provocando violenti crampi a una mano (alcune dita hanno già perso sensibilità) e la condensa sulla bottiglia del latte ti sta inzuppando la maglietta, ti giri e vedi un’altra tizia, appena sopraggiunta dietro di te, che stringe a sé un pacco di biscotti e una confezione di prosciutto cotto e ti guarda con gli occhioni tipo Bambi.
E tace.
Ma i suoi occhioni da Bambi parlano.
Sospiri.
“Vuole passare? Tanto ha solo due cose”.

Passaggi

Quante volte, in questi anni, ho posato i piedi su quelle scale, un piede dopo l’altro in salita e in discesa; quante volte ho percorso quei corridoi, bussato a quelle porte, sono rimasta fuori in attesa, sono entrata, agenda in mano e borsa nell’altra. Quante volte ho aspettato in aula, seduta o in piedi, che arrivasse il mio turno, attese lente, esasperanti, spesso cariche di tensione.
Me lo chiedevo proprio qualche giorno fa, guardandomi intorno, quasi abbracciando con lo sguardo lo spazio che mi circondava, un po’ stupita, un po’ frastornata. Come se guardassi con occhi nuovi quel luogo in cui mi sento, in egual misura, un pesce fuor d’acqua (ma mi sento così in molti contesti, in realtà) e a casa. Un ambiente estraneo e nello stesso tempo familiare, di quella familiarità che deriva non tanto da un affetto sincero e duraturo, o da una passione, quanto dall’avere un percorso condiviso con gli altri suoi occupanti, dall’aver ripetuto per anni gesti, riti e formule, usato con naturalezza un linguaggio che ai più appare ostile e suscita diffidenza (“parli come un avvocato”): eppure il linguaggio del diritto non dovrebbe essere così, dovrebbe comunicare, per definizione, certezze, dovrebbe rassicurare e non intimorire. Salvo scoprire che la certezza, nel diritto, non esiste.
Che poi, forse, per un periodo la passione c’è anche stata – o almeno ho creduto ci fosse. Poi sono subentrate la stanchezza, la disillusione, il disgusto e il rifiuto per un sistema che non funziona quasi mai, che non protegge neppure chi lavora al suo interno, quotidianamente, spendendo energie sottratte alla famiglia, alla vita privata, figuriamoci se protegge i deboli, quelli che hanno subito un torto, piccolo o grande che sia, quelli che avrebbero diritto ad essere tutelati. I tagli alla spesa, le inefficienze, i processi che durano anni, i costi non solo economici che gravano in definitiva sui cittadini, una buona dose di meschinità, scorrettezza, disonestà da parte degli addetti ai lavori (su tutti i fronti, da entrambi i lati delle scrivanie), riescono a spegnere anche l’entusiasmo di chi si era accostato alla professione con curiosità e vi aveva trovato un mondo in cui stare, un ruolo da giocare, un impegno, un lavoro. Nel mio caso, almeno, è stato così.
Una parte importante, certo, l’ha svolta la mia innata insicurezza. Quello è un ambiente in cui non devi, non puoi lasciarti sopraffare dai dubbi, non puoi permetterti di non sentirti all’altezza e di entrare in crisi se hai (o pensi di aver) commesso un errore. Devi dare la colpa al giudice che non capisce niente, al sistema, al collega stronzo.
E ora che sto per lasciarlo, quel mondo – ancora non so quando, vista la mia cronica incapacità di decidere di cui scrivevo in questo stesso blog, e anche se per il momento non ho un’alternativa pronta, perché qui il lavoro bisogna inventarselo, la laurea in giurisprudenza e anni di esperienza sembra non interessino a nessuno – ora, dicevo, non ho il coraggio di fare bilanci o, se appena ci penso, li vedo in negativo. Conti in rosso, anzi, in nero.
Forse, più avanti, ripensandoci a mente fredda, con serenità, saprò cogliere i lati positivi, scoprirò che questi anni non sono stati buttati al vento, che comunque mi hanno arricchito. Sarò grata alla mia vita da avvocato per aver incontrato, in mezzo a tanti serpenti, persone straordinarie nella loro “normalità”, amiche preziose (alcune già lo sono), insomma di aver fatto un viaggio che valeva la pena iniziare e portare avanti.
La cosa che più mi brucia, in tutto questo, è il mio sentirmi inutile. Sentire che non sono riuscita a risolvere i problemi di tante persone (non parlo di salvare loro la vita, è chiaro, ma di trovare una soluzione a questioni che erano state affidate a me). Lo vivo come un mio fallimento anche se, in tanti casi, quelle stesse persone mi hanno espresso la loro gratitudine, e anche se davvero cercare di ottenere una vera giustizia in questo Paese è un po’ come combattere contro i mulini a vento. Quando mi dicono grazie vorrei rispondere (mi verrebbe quasi da urlare): “Io? Io non ho fatto niente, non ho risolto niente!”.

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Jet lag

Martedì mattina di ottobre, sul presto. Sonno profondo, della pesantezza di un sasso. Un suono non del tutto sgradevole, ma ripetitivo ed insistente, mi riporta in superficie dagli abissi in cui sono sprofondata. Per la verità, ci metto un po’ a risalire a galla, a realizzare che si tratta della sveglia, la mia sveglia (come se mi chiamasse: “Ehi, dico a te! Proprio a te! Apri quegli occhi!”). Automaticamente, faccio scorrere un dito sul tablet e la sposto in avanti, poi crollo di nuovo sul cuscino.
Dopo un’eternità che sembra durare un secondo, o un secondo che sembra un’eternità, fate voi, eccola di nuovo. Mamma mia, è già mattina, ‘sta notte è volata. Ancora qualche minuto e poi mi tiro su faticosamente. Mi sento leggera come il piombo. Mi alzo dal letto, facendo luce con lo schermo del tablet. Esco dalla zona delle camere, la casa è immersa in un buio fitto. Strano, a quest’ora dovrebbe filtrare un po’ di luce. La porta d’ingresso è a vetri, fuori oscurità densa, quasi totale. Accidenti, è proprio nuvoloso. Nuvole nere, proprio nere, sì. Chissà che temporale si sta preparando.
Strano, però.
È un po’ troppo buio.
Un improvviso sospetto.
Entro in cucina (caffè, per favore. Un litro). Accendo la luce e alzo lo sguardo all’orologio da parete.
Le cinque e dodici.
Le cinque.
Guardo il tablet: le sette e dodici.
Ok, serve un giudice terzo ed imparziale.
Accendo il cellulare: le cinque e dodici (tredici, ormai).
Due a uno. È ufficiale, stavo per svegliare la famiglia alle cinque del mattino: “Dai, che facciamo tardi all’asilo!”.
Ma che cavolo è successo? Apro le impostazioni del tablet, data e ora (sì, faccio anche di questo appena sveglia, persino tra i fumi del sonno, persino in piena notte. Ecco perché non riesco a riaddormentarmi e soffro di insonnia). Mi cade l’occhio sul fuso orario: Africa orientale. Resta solo da stabilire quale spirito maligno ha sabotato il diabolico aggeggio per interrompere il mio prezioso riposo.
Torno a letto, magari.

(La storia non ha un lieto fine. Appena rimetto piede in camera, parte il concerto di “Mamma! Non riesco a dormire!” “Ssshhh! Aspetta, vengo da te!” “Uèèèè!” “Ssshhh! Aspetta pure tu!” “Mamma! Dove vai???” “Zitta! A far riaddormentare tuo fratello, ora torno!”. Alle 06.30, finalmente, dopo vari risvegli intermedi, tutti dormono come ghiri. Tranne la sottoscritta. Che va in cucina a farsi quel litro di caffè).